La parola ai lettori: esperienze nei piccoli centri.

Studiavo a Sassari, la seconda città in Sardegna per numero di abitanti. Una città che conta il doppio degli abitanti di Olbia, mia città natale, in cui ho sempre vissuto finché non mi sono allontanato per motivi di studio. Credevo fosse il centro del mondo, Olbia! Una convinzione figlia di quella mentalità campanilistica che, un po per folklore e un po perché definisce il senso di appartenenza di ciascuno, ci si porta dentro e ci segna per la vita. Sono tanti gli studenti che ho incontrato in quei tre anni a Sassari, conosciuti perlopiù tra feste universitarie, gruppi di studio, eventi sportivi organizzati dalle associazioni. Tutti sardi sia chiaro, ma tanti erano di paesi che avevo sentito soltanto nominare senza esserci mai stato e altrettanti erano quelli che provenivano da paesi di cui non sapevo l’esistenza.

Quando ci si riuniva per trascorrere del tempo insieme, dal gruppo dei colleghi alla squadra del torneo di calcio, si contavano sempre una decina di persone e nella maggior parte dei casi era difficile che ci fossero più di tre persone rappresentative dello stesso paese. Per intenderci: quando qualcuno voleva dire la propria iniziava il suo discorso con “da noi si dice…” “da noi invece si fa…” “ah no ma dalle mie parti non esiste…”. E via con le risate, per carità! Era uno sfottò continuo: chi vantava il proprio paese, chi ne parlava come fosse il sindaco, chi di fronte ai “forestieri” lo difendeva a spada tratta, chi lo criticava pesantemente, chi provava a parlarne delle problematiche in maniera costruttiva e soprattutto chi ne parlava come se già sapesse di non farci ritorno. 

Fin dalle prime lezioni universitarie avevo legato particolarmente con due colleghi. Uno di Fonni e uno di Cheremule. All'università va così: ci si ritrova seduti affianco per seguire la lezione, si chiacchiera, e in un attimo ti ritrovi coinvolto in un pranzo o a bere una birra dopo la lezione.

Tutto d’un tratto, soprattutto se studi scienze della comunicazione a Sassari, passi per il “laboratorio” che è ReportersTV e quindi a scuola dal Prof. Cecaro. Noi tre ci eravamo conosciuti in questo modo e l’esperienza al laboratorio ci ha uniti più che mai. Mi riferisco in particolare a un progetto che ci ha visti coinvolti in prima persona, la cui esperienza personale voglio provare a raccontare nelle righe che seguono. 

L’idea era questa: produrre mini-documentari che potessero raccontare alcuni piccoli centri dell’Isola attraverso le parole degli amministratori di quei comuni e attraverso i luoghi che ne conservano la cultura e le tradizioni. La scelta ricadde su di alcuni paesi del Melogu, quelli che ad oggi hanno una data di scadenza causa il fenomeno dello spopolamento che li investe da ormai tanti anni. Inizialmente non ero troppo sicuro dell’itinerario scelto, le risorse tecniche a disposizione erano limitate e passare per paesi che fino ad allora non avevo neanche sentito nominare non mi convinceva troppo (un timore figlio di quella mentalità a cui mi riferisco all'inizio del testo). Però l’idea alla base del lavoro era valida, quindi mi sono buttato! Il tutto è andato avanti per almeno quattro giorni, avanti e indietro tra Cheremule, Borutta, Torralba, Giave, Cossoine, Bonnannaro… e forse qualcuno ancora mi sfugge!

Ho parlato con amministratori che orgogliosamente raccontavano il proprio paese e la loro attività amministrativa nei termini di un dovere morale nei confronti della comunità che rappresentavano; con imprenditori che anziché lamentarsi come ci si aspetterebbe oggi da un imprenditore in Italia, hanno soltanto parlato delle idee e dei progetti a lungo termine al quale stavano lavorando ; con guide turistiche locali che hanno scelto di studiare per raccontare i il patrimonio archeologico del proprio paese prima e i tantissimi monumenti storici e architettonici presenti in tutta l’area del Melogu poi; infine con cittadini semplicemente innamorati del proprio paese.

Cosa mi rimane ancora oggi, dopo quasi 4 anni, quando penso a quei giorni? Le persone e il loro senso di appartenenza. La voglia di continuare a vivere quei luoghi, soprattutto da parte dei giovani. Infatti una delle cose che più di tutte mi ha sorpreso è stato scoprire che i giovani (under 25 almeno) siano organizzati in tantissime associazioni di ogni genere. Tutte sempre pronte a mobilitarsi per qualsiasi attività interessi la comunità. Ma il senso più profondo che ho colto è un altro: sono costituite per non lasciare indietro nessuno e includere tutti, per non lasciare che loro stessi, i giovani, abbandonino casa loro senza neanche aver provato a fare qualcosa per restarci, come invece hanno fatto i genitori, che in quei posti sono e li hanno cresciuti.

Quando ancora oggi sento i vari “da noi si dice…” “da noi invece si fa…” “ah no ma dalle mie parti non esiste…”  penso che si possa conoscere un luogo perché ci è stato raccontato da chi lo ha vissuto o soltanto per averlo visto tramite una pagina social che ce ne mostra le mille sfaccettature tramite foto e racconti, ma non sarà mai la stessa esperienza nel momento in cui ci si trova fisicamente in quel luogo.

Autore: Roberto Budroni




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